giustizia

Lo scorso 24 settembre a Piacenza, nel contesto del festival del diritto, Cittadinanzattiva ha promosso un’iniziativa in collaborazione con la compagnia teatrale Stabile Assai della Casa di Reclusione di Roma Rebibbia, sui temi della giustizia riparativa e della detenzione in carcere. Con l’intervento di Patrizia Patrizi, ordinario di psicologia giuridica presso l’università di Sassari e di Antonio Turco, responsabile del dipartimento solidarietà di AICS, attraverso le testimonianze di Domenico Miceli e Paolo Mastrorosato, si è proposta una riflessione sui temi della giustizia di comunità e della cittadinanza attiva, sull’esperienza della detenzione e sui percorsi di restituzione.  Quelle esperienze e quei percorsi si ritrovano trasposti nella bellissima rappresentazione teatrale “Chi come noi”, messa in scena dalla compagnia Stabile Assai al termine del dibattito.

Quello della giustizia riparativa è un tema complesso, una categoria che può avere accezioni, declinazioni e traduzioni pratiche molto diverse; i percorsi di riparazione, però, nascono sempre dall’attivazione di un dialogo e di un incontro costruttivo sugli effetti distruttivi del reato, con l’obiettivo condiviso di promuovere responsabilità individuali e collettive e di reintegrazione di autori e di vittime; sono, inoltre, sempre percorsi che prendono le mosse da un’attivazione, un’adesione libera, volontaria e che, pertanto, rovesciano la prospettiva tradizionale della giustizia penale intesa come luogo della privazione della libertà, della coercizione. 

L’esperienza di Tempio Pausania ed il modello di giustizia di comunità a cui rimanda è certamente quello più vicino alle corde di un’organizzazione come Cittadinanzattiva, una pratica di cittadinanza attiva applicata alla giustizia. La città riparativa che si è realizzata a Tempio, con la partecipazione di tutti gli attori della comunità, a partire dal carcere (che passa da luogo isolato a parte integrante ed interagente con la comunità), con il coinvolgimento diretto dei detenuti del penitenziario di Nuchis, dell’amministrazione locale, delle scuole, dell’università, dei cittadini e delle associazioni presenti sul quel territorio, è un’espressione del principio costituzionale di sussidiarietà circolare.

E nello stesso solco, nella stessa prospettiva, si inserisce il lavoro della compagnia Stabile Assai della Casa di reclusione di Rebibbia - composta da detenuti, ex detenuti ed operatori penitenziari e con la quale Cittadinanzattiva ha avviato questo percorso di collaborazione - che fa del teatro uno strumento di riabilitazione e di riavvicinamento alla comunità per chi vive o ha vissuto l’ esperienza della detenzione.
Certamente va detto che iniziative del genere sono, al momento,  una goccia nel mare.

Per cominciare a discutere su come promuovere un modello di giustizia penale alternativo a quello attuale, di superamento della risposta di giustizia intesa come pura repressione, contenimento, segregazione, del carcere nelle sue peggiori espressioni che spesso e volentieri, salvo isolate eccezioni, sono quelle dell’immondezzaio sociale, per parafrasare don luigi Ciotti, in alcuni casi luoghi di tortura e di violazione dei diritti umani e comunque di separazione di ogni forma di disagio e di marginalità e di “diversità”, per ragionare anche su come trasformare le buone pratiche in politiche, occorrerebbe davvero un rovesciamento di prospettiva sulla giustizia penale e la volontà di implementarlo.

Occorrerebbero interventi normativi importanti, a cominciare dall’introduzione di una norma generale nell’ordinamento penitenziario che preveda l’accesso ai programmi di giustizia riparativa per tutti i detenuti, proposta peraltro formalizzata nel corso degli stati generali sull’esecuzione penale promossi dal Ministero della Giustizia.

Occorrerebbe, poi, la volontà di lavorare su quei programmi, di investire sulla formazione degli operatori della giustizia, della magistratura, dell’avvocatura, sulla promozione della cultura della giustizia riparativa nelle scuole, sulla diffusione delle pratiche sul territorio.

In generale occorrerebbe una vera e propria rivoluzione culturale e, probabilmente, i tempi non sono ancora maturi per una prospettiva del genere, visto che di solito quando si parla di giustizia penale si limita il ragionamento a come migliorare gli spazi vitali nelle carceri, o le condizioni di vita dei detenuti, o sull’impatto di misure deflattive o “svuota carceri”. Davvero di rado, invece, si ragiona su come creare le condizioni per impedire l’ingresso in carcere o, addirittura,  su come “abolire il carcere”, come provocatoriamente afferma Luigi Manconi in un suo recente libro.

L’esperienza avanguardistica della città riparativa realizzata a Tempio Pausania rappresenta, tuttavia, una prospettiva già possibile, un modello replicabile in altri contesti territoriali e, sia nell’attivazione di questo tipo percorsi che nella diffusione della cultura della giustizia riparativa, le organizzazioni civiche possono certamente giocare un ruolo chiave.

Comunità Riparative: il modello Nuchis
Patrizia Patrizi, Ordinaria di Psicologia sociale e giuridica presso il Dipartimento di scienze umanistiche e sociali, Università degli Studi di Sassari

La giustizia riparativa è un approccio che considera il reato principalmente in termini di danno alle persone e di “fratture” relazionali che avvengono all’interno di una comunità. In questa prospettiva si lavora al fine di ottenere un coinvolgimento attivo della vittima, dell'imputato e/o autore di reato e della stessa comunità di riferimento nella ricerca di strategie efficaci per fronteggiare i bisogni e le richieste che emergono nell’evento-reato. Il modello di giustizia riparativa, in particolare, si propone come risposta all’incapacità dei modelli tradizionali (retributivo-punitivo e rieducativo-trattamentale) di coniugare la duplice/indivisibile esigenza della riabilitazione e della sicurezza sociale, di accogliere la sofferenza prodotta, di risanare il tessuto sociale.

Nella sua visione più ampia, la giustizia riparativa, gli approcci e le pratiche riparative non riguardano soltanto i comportamenti a rilevanza penale, ma i diversi conflitti che possono generarsi nella comunità. Essa può essere intesa come «la scienza di aggiustare (restoring) e sviluppare il capitale sociale, la disciplina sociale, il benessere emotivo e il coinvolgimento civile attraverso l'apprendimento partecipato e i processi decisionali» (Wachtel, 2005, p. 86); rispetto, responsabilità e supporto sociale sono elementi costitutivi del modello.

Il gruppo di ricerca di psicologia sociale e giuridica1 dell’Università di Sassari, coordinato dalla scrivente, sta lavorando, da alcuni anni, a uno strumento concettuale impostato in chiave di Restorative Justice e basato su un approccio relazionale, pacifico, responsabile e solidale: il modello Co.Re. - Comunità di Relazioni Riparative. Il modello si pone in linea con i più recenti orientamenti scientifici che sostengono la necessità di sviluppare sistemi di intervento capaci di ridurre il conflitto all’interno delle dinamiche sociali, generando al contempo dinamiche positive di inclusione. La comunità diventa così il luogo nel quale si possono promuovere stili di vita e di relazione orientati al benessere della persona e della collettività e alla pace (Patrizi, Lepri, Lodi 2016; Patrizi, Lepri, Lodi, Dighera, 2016). Il concetto di comunità relazionale include, in una prospettiva di lavoro promozionale “con” le persone, il focus dell’agire professionale sulla qualità della vita e sulle variabili che permettono la piena attivazione delle risorse individuali e sociali, come quelle provenienti dalla psicologia positiva (p.e. coraggio, speranza, ottimismo, resilienza etc.). Tali costrutti permettono di spostare l’ottica dell’intervento dalla “cura” alla prevenzione e promozione della salute, del benessere e della qualità della vita dell’intera comunità, rafforzandone in tal modo il senso di sicurezza sociale vissuto al suo interno.

È da questo orientamento che si sono generate le progettualità realizzate negli ultimi anni dal gruppo di ricerca. Questi i temi principali: a) risanare relazioni avvicinando contesti e sistemi b) intervenire per sollecitare in quei contesti/sistemi interessi di reciprocità c) intercettare le criticità per poterle utilizzare come avvio del processo. La città di Tempio Pausania (la città che non voleva i detenuti, i detenuti che avrebbero preferito stare nelle loro città), la città di Mentana (tessere la rete per contrastare dispersione e monitorare progetti di inclusione sociale attraverso azioni di agricoltura sociale), la compagnia teatrale "Stabile Assai", con la direzione di Antonio Turco, della Casa di reclusione di Rebibbia a Roma (dove gli spettacoli teatrali riuniscono i detenuti/semi-liberi/affidati e la comunità esterna per riavvicinare persone laddove il carcere ha separato, per promuovere la comprensione reciproca al di là degli stereotipi).

Un esempio di giustizia riparativa in pratica: Sperimentazione di Comunità Riparativa nella città di Tempio Pausania
Il progetto condotto su Tempio Pausania, sostenuto con finanziamento della Regione Sardegna (Sistema Informativo e governance delle politiche di intervento e contrasto dei fenomeni criminali in Sardegna (L.R. 07/2007) Unità operativa “Studio e analisi delle pratiche riparative per la creazione di un modello di restorative city”), ha l’obiettivo di contribuire alla realizzazione di una comunità fondata su inclusione e coesione sociale, come raccomandato dalla strategia Europa 2020. La finalità più ampia dell’équipe di ricerca è stata quella di sperimentare la costruzione di una comunità sociale ad approccio riparativo sul modello delle restorative city anglosassoni di Hull e Leeds, ovviamente rivisitato e riorganizzato in funzione del tessuto culturale, sociale ed economico, cui il progetto stesso si rivolge. Tale finalità è stata condivisa e ha trovato piena collaborazione della Direzione della Casa di reclusione di Nuchis, della Magistratura di sorveglianza e dell’Amministrazione comunale, consentendo di avviare un percorso che ha visto il coinvolgimento di istituzioni e cittadinanza.

Come strumento di intervento sono state realizzate le conferenze riparative: una serie di incontri in cui le diverse parti del sistema si riuniscono per individuare risorse e canali per lo sviluppo del senso di comunità e la costruzione di approcci pacifici per la risoluzione dei conflitti. L'obiettivo è quello di incoraggiare tutte le persone presenti a riflettere sul significato e le potenzialità di una comunità ad approccio relazionale. Le conferenze sono state aperte a tutta la comunità (hanno partecipato giudici, volontari, educatori, terzo settore, amministratori, forze dell'ordine ecc.), consentendo ai partecipanti di ripensare ai legami tra il territorio e il carcere. Abbiamo registrato circa 450 persone in 9 conferenze. Infine, durante la settimana internazionale della giustizia riparativa del 2014 e del 2015, abbiamo avuto altre opportunità per rafforzare i legami sociali organizzando, nel 2014, un pranzo riparativo e, nel 2015, un aperitivo riparativo; durante quest’ultimo è stato realizzato un video disponibile on line. Al pranzo ha partecipato una delegazione di detenuti che, per la prima volta dopo molti anni, hanno avuto l'opportunità di sedersi a un tavolo fuori del penitenziario con persone che non erano compagni di prigionia. I partecipanti (130 persone) erano cittadini di Tempio e comuni limitrofi ma anche le autorità locali, magistrati, avvocati, il sindaco di Tempio Pausania e il sindaco di Sassari, insieme a vari consiglieri. Ogni tavolo aveva un nome, i valori della conferenza, parole emerse dalla prima conferenza riparativa (responsabilità, rispetto, fiducia, reciprocità).

La nostra unità di ricerca ha già condotto varie iniziative di sensibilizzazione e di costruzione comunitaria, favorendo la prosecuzione di altre attività nate dal progetto. Sono stati infatti organizzati vari eventi a livello nazionale e internazionale: Seminari presso la Camera dei Deputati, 2 Visiting Scientist presso l’Università di Sassari noti a livello europeo per il loro contributo alle pratiche riparative (Prof. Tim Chapman e Prof.ssa Pia Christensen), si è creata una rete con l’European Forum for Restorative Justice, numerosi convegni e tavole rotonde per favorire la costruzione di altre progettualità per la diffusione e l’utilizzo dei risultati raggiunti. I risultati della ricerca possono essere sfruttati per il futuro ampliamento della comunità riparativa costruita a Tempio e per replicare l’esperienza in altri territori. Infatti il modello “virtuoso” di gestione pacifica dei conflitti potrebbe essere esteso ad altre città che si vorranno dotare di tale sistema di governance di prevenzione della devianza, in chiave promozionale, e di costante attenzione al benessere e ai livelli di qualità della vita di cittadini e cittadine2.

Scritto con Patrizia Patrizi, psicologa e psicoterapeuta, professoressa ordinaria di Psicologia sociale e giuridica (M-PSI/05) nel Dipartimento di Scienze Umanistiche e Sociali dell’Università degli studi di Sassari.

1. Dott. Gian Luigi Lepri, Assegnista di ricerca e facilitatore di conferenze riparative, Dipartimento di scienze umanistiche e sociali, Università degli Studi di Sassari.
Dott. Ernesto Lodi, Assegnista di ricerca ed esperto dei processi di benessere, Dipartimento di scienze umanistiche e sociali, Università degli Studi di Sassari.

2. I risultati hanno già condotto a un ampliamento dell’offerta di servizi dedicati alla giustizia e alla governance secondo l’approccio riparativo in quanto è stato ideato e istituito, dalla cattedra di Psicologia sociale e giuridica dell’Università di Sassari, lo sportello “RiparAscoltando”, presentato ufficialmente durante il seminario di studi del 24 giugno 2015 e che rimarrà patrimonio professionale e scientifico di tutta la comunità. Si propone come strumento di comunità in grado di affrontare le situazioni caratterizzate da alta vulnerabilità sociale esistente nell’hinterland sassarese. È dedicato alle vittime di qualsiasi azione che non necessariamente rientra all’interno della fattispecie di reato. L’intervento viene offerto gratuitamente dagli psicoterapeuti che collaborano con la cattedra di Psicologia sociale e giuridica e si avvarrà in futuro anche, nell’ottica comunitaria, dell’apporto dei volontari del settore pubblico e privato che, adeguatamente formati, risponderanno alle esigenze della persona o della comunità offesa.

 
Classe 75, napoletana di origine, un po’ marchigiana, un po’ romana, un po’ cittadina del mondo (apolide per caso e per scelta). Avvocato penalista ed immigrazionista, appassionata di diritti umani da sempre.
“La mia casa continuerà a viaggiare su due gambe e i miei sogni non avranno frontiere” (Ernesto Che Guevara)

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