I flussi migratori che con intensità crescente da oltre 20 anni continuano a coinvolgere il nostro paese, rappresentano oramai un fatto fisiologico, capace di determinare una profonda trasformazione dell'assetto sociale. Diversi indicatori confermano che la presenza degli immigrati costituisce un dato strutturale della nostra società, una realtà che, per una parte sempre più consistente, tende a diventare assolutamente stabile (cfr. Gli immigrati in Italia).

I numeri dell'immigrazione indicano chiaramente che, per una fetta crescente, il nostro paese è stato eletto dai nuovi arrivati come terra di residenza, non necessariamente e soltanto di passaggio, dove stabilire e costruire un progetto di vita. In quest'ottica, gli immigrati rappresentano una risposta al decremento delle nascite ed al processo di invecchiamento della popolazione italiana, in cui prevale nettamente la componente anziana su quella giovane, e costituiscono una parte oramai integrante del nostro sistema economico1. Con il loro lavoro soddisfano bisogni essenziali, svolgendo mansioni spesso rifiutate dalla componente autoctona e, al di là di facili luoghi comuni, non sottraggono il lavoro agli italiani, ma a differenza loro possiedono redditi più bassi, generano ricchezza ma rimangono a rischio di povertà2. Proprio su queste premesse, il corretto governo dell'immigrazione dovrebbe ispirarsi ad una prospettiva e ad un progetto di lungo periodo, a partire da una netta opzione per un preciso modello di integrazione dei nuovi arrivati, su cui orientare le relative politiche.

Al contrario, le scelte politiche di governo dell'immigrazione espresse dalle recenti legislature mancano anzitutto di una visione d'insieme. Oscillando tra la concezione dell'immigrato come semplice risorsa, mera forza lavoro, e quella dell'immigrato come pericolo e potenziale criminale, il fenomeno immigrazione risulta costantemente gestito secondo un approccio emergenziale e, nei momenti peggiori, come problema di sicurezza ed ordine pubblico.

Questa visione inadeguata e di corto respiro emerge, anzitutto, nella ispirazione "giuslavorista" della cosiddetta legge "Bossi Fini" (legge n.189/2002), rivelatasi oramai del tutto fallimentare, in quanto basata sull'ipotesi irreale ed illusoria del potenziale incontro tra domanda ed offerta di lavoro, tra un datore di lavoro italiano ed un lavoratore straniero a lui ignoto. Analogamente, il congegno burocratico che è stato di conseguenza messo in piedi, che coinvolge una molteplicità di amministrazioni e competenze nazionali e locali, si è dimostrato del tutto farraginoso ed inefficiente; l'estrema rigidità formale delle procedure sull'ingresso ed il soggiorno degli immigrati non ha infatti certamente arrestato i flussi migratori, tantomeno impedito gli ingressi irregolari, contribuendo, al contrario, a creare gigantesche sacche di lavoro sommerso. Tant'è vero che, periodicamente, si è reso necessario rimediare attraverso il ricorso a sanatorie e regolarizzazioni; inoltre, lo stesso sistema dei decreti flussi, ideato per favorire la regolarità, viene spesso impiegato come strumento per sanare i soggiorni irregolari.

In questo contesto, per di più, la retorica della sicurezza rispetto al "problema immigrazione", leit motive delle ultime campagne elettorali e di una spregiudicata propaganda mediatica, ha poi condotto, con l'approvazione del "pacchetto sicurezza", all'irrigidimento gratuito e simbolico della normativa penale ed alla drastica compressione di diritti e garanzie fondamentali (cfr. "Le critiche di Cittadinanzattiva al DDL sulla sicurezza").

Le forti preoccupazioni relative all'applicazione di alcune ulteriori disposizioni contenute nel "pacchetto sicurezza" che, se interpretate rigidamente, avrebbero prodotto ripercussioni gravissime su diritti essenziali e costituzionalmente presidiati, hanno animato un vivace dibattito che ha coinvolto attivamente parte consistente della società civile, con la diffusione di moniti ed appelli rivolti alle competenti istituzioni. In questo contesto si è collocata l'iniziativa di Cittadinanzattiva "la salute non ha passaporto", intesa a scoraggiare, attraverso una raccolta di sottoscrizioni, l'approvazione di un emendamento al "DDL sicurezza", che prevedeva l'abolizione del divieto di segnalazione all'autorità dello straniero che si rivolge alle strutture sanitarie. Fortunatamente, anche grazie a simili pressioni "dal basso", la modifica, inizialmente approvata dal Senato, non ha superato il vaglio definitivo della Camera.

Nello stesso periodo (luglio 2009), sul fronte della tutela dell'infanzia e della maternità, Cittadinanzattiva, unitamente ad oltre 170 Associazioni, ha promosso e diffuso un appello, indirizzato alle competenti istituzioni nazionali, volto a garantire la dichiarazione di nascita ed il diritto al riconoscimento del figlio naturale da parte degli immigrati irregolari. Le nuove disposizioni, infatti, richiedendo implicitamente l'esibizione del titolo di soggiorno per la formazione degli atti dello stato civile, rischiavano di pregiudicare, per gli stranieri sprovvisti di titolo di soggiorno, la possibilità della registrazione della nascita e del riconoscimento del figlio, con conseguenze gravissime sul piano della tutela dei minori e l'ulteriore pericolo di scoraggiare i parti in ospedale. Seppure con modalità normative alquanto anomale, il Ministero dell'Interno ha riconosciuto simili prioritarie ragioni, attraverso una circolare (n. 19 del 07/08/09) che recepiva in parte i contenuti dell'appello, chiarendo che per gli atti dello stato civile e, segnatamente per le dichiarazioni di nascita, non è richiesta l'esibizione dei documenti di soggiorno.

In questo quadro, le prospettive di un'inversione di rotta, nelle politiche di governo dell'immigrazione, che privilegiasse l'ottica dell'integrazione dei nuovi arrivati, abbandonando le logiche difensive e securitarie apparivano lontane. Tuttavia, indicazioni incoraggianti sono rintracciabili in alcune proposte di riforma che hanno animato negli ultimi anni il dibattito parlamentare, trovando ampio riscontro e sostegno nella società civile. A riguardo, meritano particolare attenzione sia le iniziative per il riconoscimento del diritto di voto alle elezioni amministrative in favore dei cittadini extracomunitari, sia quelle per la modifica della legge vigente in materia di acquisto della cittadinanza italiana.

A partire dalla c.d. proposta di legge Sarubbi-Granata3, Cittadinanzattiva ha preso posizione sulla necessità di riformare l'attuale normativa sulla cittadinanza italiana, oramai del tutto inadeguata, per favorirne anzitutto l'accesso da parte dei minori, figli di cittadini stranieri, nati o cresciuti nel nostro paese.

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