Frascati, 30 giugno 2006

 

La responsabilità sociale di impresa in 9 paesi europei: presentato il Rapporto “Not Alone” di FONDACA e Cittadinanzattiva nell’ambito del VI Seminario internazionale sulla CSR

 

Provare a rispondere ai bisogni della collettività, ma anche migliorare la propria immagine e accrescere le competenze. Sono questi i principali fattori per cui aziende ed associazioni in Europa si alleano in un’ottica di responsabilità sociale, come emerge dal Rapporto “Not alone”, presentato stamattina a Frascati nell’ambito del VI Seminario internazionale sulla responsabilità sociale delle imprese, “Citizens as CSR partners: Obstacles, Good practices, Winning Strategies”, promosso da Cittadinanzattiva, Fondazione per la cittadinanza attiva (FONDACA) e “Gruppo di Frascati per la responsabilità sociale delle imprese”.

La ricerca è stata svolta da FONDACA e Active citizenship network (la rete europea di Cittadinanzattiva) su 36 esperienze di partnership fra organizzazioni civiche ed imprese selezionate sulla base del buon esito raggiunto. Le partnership hanno avuto luogo In nove paesi della Unione europea: Austria, Cipro, Germania, Ungheria, Italia, Malta, Polonia, Slovenia, Gran Bretagna.

"La partnership - si legge nella ricerca – implica, più di ogni altra forma di collaborazione tra organizzazioni civiche e aziende, una condivisione di risorse e rischi così come di programmi e attività".

Più del 50% dei progetti esaminati ha per oggetto il welfare e l’ambiente ed un quarto di essi punta al coinvolgimento delle giovani generazioni. Sebbene la maggior parte dei progetti riguardi più livelli, quello nazionale è il più frequente (76%), mentre solo il 12,7% delle esperienze si svolge al livello europeo a conferma dell’assenza di una dimensione europea della CSR. Più del 60% dei progetti riguarda un periodo di medio-lungo termine.

A motivare imprese ed organizzazioni civiche sono nel 97% dei casi fattori interni: in particolare entrambe le parti ritengono che risolvere i problemi della comunità faccia parte della propria mission (lo crede il 37,3% delle aziende e il 40,4% delle organizzazioni civiche). Fra i fattori esterni che spingono alla messa a punto di esperienze di CSR, il principale per le aziende è l’immagine (22,7%) mentre per le associazioni sono i bisogni collettivi (32%).

Al livello di risultati e di benefici attesi, per entrambi i gruppi l’elemento più importante è comprendere i bisogni dei cittadini (37,5% delle aziende, 27,5% delle organizzazioni civiche), rafforzare la reputazione e l’immagine (19,6% az., 13% org.civ.) e accrescere le competenze (8,9% aziende, 10% organizzazioni civiche).

Fra i progetti esaminati, oltre due terzi hanno a disposizione budget o molto limitati o assai cospicui: nel 34% dei casi il budget a disposizione non supera i 50.000 euro, mentre nel 29% è superiore ai 500.000 euro. Un terzo delle esperienze di CSR prese in esame vede come investitori solo l’organizzazione civica (che in media investe 17.500 euro) e l’azienda (che in media investe 200.000 euro). Ma le associazioni investono molto di più delle aziende in risorse umane, in particolari volontari, coinvolti nei progetti di CSR: in media 11 contro 6.

Le partnership oggetto della ricerca, che come si è detto, possono essere considerate di successo sono caratterizzate da elementi comuni fra cui: la presenza di un’azienda che ha una strategia di CSR e di un’organizzazione civica impegnata principalmente sulla promozione di obiettivi concreti per la comunità, e che hanno avuto entrambe come obiettivo principale quello di risolvere problemi sociali; una relazione stabile e flessibile fra un’azienda e un’associazione che hanno già collaborato; un rapporto equo, in cui diritti e responsabilità sono chiaramente definiti e ripartiti anche attraverso strumenti tecnici e giuridici e gestito attraverso un alto livello di relazioni personali; entrambi i soggetti mettono a disposizione risorse umane più che economiche; un adeguato coinvolgimento dei dipartimenti di comunicazione e di PR di entrambi i partners; la creazione di benefici interni, l’accrescimento delle competenze e ulteriori impatti positivi inaspettati, principalmente associati al rafforzamento della cooperazione dei partners. Fra gli elementi di rischio, che possono ostacolare il buon esito della partnership, si segnala un eccessivo coinvolgimento nel processo decisionale dei beneficiari del progetto.

 

Queste alcune delle 36 partnership esaminate nel Rapporto:

1) In Polonia l’azienda Danone e la Federazione della banca polacca dell'alimento hanno lavorato fianco a fianco nel progetto “Share your meal” sul problema della malnutrizione dei bambini.

2) “Making connection” è un progetto ungherese nato dalla collaborazione tra Nokia e Fondazione per la gioventù democratica per la formazione di giovani interessati a svolgere attività di sostegno in tutto il mondo per la protezione dell’ambiente, la gestione dei conflitti, la coesione ed integrazione sociale.

3) In Slovenia, la Mercator (azienda della grande distribuzione) ha lavorato con la Associazione degli amici della gioventù per costruire le cosiddette “Case del Riparo” destinate ad ospitare bambini che sono stati allontanati dall’ambiente domestico per avere ricevuto violenze fisiche e psicologiche.

4) Progetto simile in Austria dove l’azienda The Body shop e il network di associazioni Women’s Shelter Network sono state partner nel progetto “Stop Domestic Violence” per combattere a livello nazionale la violenza domestica convinte che tale fenomeno ha conseguenze economiche e umane anche sull’ambiente di lavoro.

5) A Malta la Bank of Valletta e la Fondazione Gaia hanno collaborato con l’amministrazione per la salvaguardia delle zone costiere nel progetto “Costal zone management”.

6) Fra i progetti italiani spicca “Obiettivo Barriere”, nato dalla collaborazione fra Cittadinanzattiva e la Fondazione Johnson & Johnson per l’eliminazione delle barriere architettoniche nei luoghi pubblici.

 

 

Redazione Online
Siamo noi, quelli che ogni giorno scovano e scrivono forsennatamente notizie di diritti e partecipazione. Non solo le nostre, perché la cittadinanza attiva è bella perché è varia. Età media: 33 anni, provenienza disparata....

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