la forza riformatrice cotturri 2015 02 18 copy

Vi proponiamo un estratto dalla introduzione del volume "la forza riformatrice della cittadinanza attiva", di Giuseppe Cotturri, di cui in questi giorni stiamo promuovendo la presentazione in diverse città. Il libro è acquistabile nel corso delle presentazioni, nelle principali librerie e nella nostra "bottega" online.
Indignazione e protesta contro gli abusi e la corruzione di tanti esponenti della politica in Italia sono dilaganti. Dietro la degenerazione morale e culturale delle organizzazioni di partito risiedono, da lungo tempo anche in altri paesi ell'Occidente, ragioni profonde, strutturali di crisi degli istituti della rappresentanza politica.

Ci sono dunque due questioni che si sovrappongono: come impedire che vengano eletti governanti indegni (o come liberarsi di loro), e come restituire alla politica e alla democrazia la capacità di raccogliere speranze e desideri dell'enorme numero di donne e uomini comuni, che non cessano di lottare per un futuro migliore. La seconda questione riguarda la riforma del sistema politico, mentre la prima la lotta contro la "mala politica". Le cose ovviamente sono intrecciate, anche se distinte. Ma nel nostro paese l'esperienza di un dibattito tra partiti, circa la necessità di riforme istituzionali, è senza frutto da decenni e nello stesso arco di anni ha avuto corso la progressiva degenerazione morale della vita pubblica. C'è da credere che vi sia pertanto un nesso stretto tra le due cose. Quelli che ora si concentrano sul come cacciare persone indegne sottovalutano la questione della crisi delle forme della rappresentanza. Protesta e spinte partecipative, così, oscillano tra manifestazioni sempre più crude di dissenso – che i partiti credono di esorcizzare, chiamandole antipolitica – e ritiro dalla partecipazione, perfino da quella elettorale.

Ecco, la partecipazione. Anche coloro che si impegnano in vario modo nella partecipazione nutrono poca speranza nel fatto che, a partire da queste pervicaci presenze, si possa colmare la dismisura che c'è rispetto alla dimensione macro della politica nazionale o addirittura sovranazionale. Porre la questione però in termini di dismisura induce solo senso di impotenza e pessimismo. Anche perché non esiste esclusivamente la questione della dimensione dei soggetti, ma anche una questione di tempi lunghi, tanto lunghi da causare cadute di impegno, di fiducia, di speranza. Come vedremo, il cambiamento di cui si parla in questo libro ha richiesto più di un quarto di secolo, assorbendo l'impegno di persone attive di generazioni diverse. Mentalità dei cittadini comuni e di coloro che sono al potere, comportamenti e regole istituzionali, definizione di un altro equilibrio tra partecipazione dal basso e responsabilità di governo: certo tutte queste cose per cambiare richiedono tempo. Ci vuole il tempo che ci vuole, verrebbe da dire: il tempo dell'apprendimento, della crescita umana. Ma quando il cambiamento è così lento c'è il rischio che alcuni neppure lo vedano o che molti si scoraggino. Il fatto è che proprio la percezione del tempo è manipolata. Si nasconde che non siamo all'inizio del cammino in questa direzione. Siamo un bel po' avanti. Di tempo ne è passato tanto, da quando uno sterile discorso di riforme tra partiti ha trascurato e oscurato quel che effettivamente tanti cittadini facevano, cambiando dal basso gli equilibri di sistema. La tesi di questo libro è che le basi di una riforma sono ormai ampiamente delineate. Parlarne quindi non è un rimando alla speranza, né un invito alla paziente attesa di qualcosa che è solo all'orizzonte: intendiamo parlare di una responsabilità che è già in parte nelle mani di ciascuno di noi, anche se non lo vediamo distintamente. Manca riguardo a ciò una consapevolezza diffusa, manca "l'intelligenza degli avvenimenti". E dunque si ha bisogno anzitutto del recupero di memoria e di capacità di interpretazione storico-politica.

Redazione Online
Siamo noi, quelli che ogni giorno scovano e scrivono forsennatamente notizie di diritti e partecipazione. Non solo le nostre, perché la cittadinanza attiva è bella perché è varia. Età media: 33 anni, provenienza disparata....

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