ambiente malato

Che vi siano dei mutamenti che interessano il clima del nostro pianeta è una evidenza indiscutibile. Che tali mutamenti comportino le maggiori trasformazioni ai caratteri fisici dell’ecosistema planetario e che essi non siano né necessari né richiesti ma solo un effetto indesiderato delle attività antropiche sono constatazioni ineludibili.

Gli effetti dei mutamenti incidono direttamente e pesantemente sulle condizioni di vita della popolazione mondiale, ad esempio riducendo le superfici dei terreni fertili e la disponibilità di acqua, ampliando i deserti, aumentando la vulnerabilità degli insediamenti, variando la regolarità delle precipitazioni. In sintesi incidono in maniere negativa sull’agricoltura e quindi sull’alimentazione e il sostentamento degli abitanti di estesissimi territori, producendo fame, difficoltà per la sopravvivenza, migrazioni, conflittualità per il controllo delle risorse.

Oltre a questo c’è un diffuso affaticamento della popolazione mondiale per l’innalzamento delle temperature, la modificazione dei caratteri stagionali, la perdita di paesaggi, ecosistemi, memorie e l’inibizione delle potenzialità.

Una delle maggiori cause del fenomeno dei mutamenti climatici è il consumo indiscriminato dei combustibili fossili.

Di tutto ciò non si può che essere consapevoli (è recente notizia del distacco di un blocco di ghiaccio dall’Antartide di circa  350 kmq su cui è collocata la stazione scientifica italiana che ora naviga alla deriva). Chi non lo fosse, chi tacciasse questa consapevolezza come “pessimismo” dimostrerebbe una capacità di intendere inferiore a quella comune alla specie umana e prodotta esclusivamente dal pregiudizio, dall’interesse o dalla volontaria ignoranza della situazione.

L’uso dei fossili ha strutturato la modalità di vita della gran parte della popolazione mondiale, ma detta consapevolezza palesa come sia necessario modificare tali modalità. Il cambiamento dei comportamenti è faticoso, perché l’abitudine facilita lo svolgimento delle attività, ma è indispensabile e possibile.

L’Italia, nel contesto internazionale considerato un paese non particolarmente “innovativo”, applicando per pochi anni una politica di attenzione e sostegno alle energie rinnovabili è divenuto uno dei maggiori produttori di energia solare.

Un cambiamento c’è stato, un cambiamento che ha sicuramente ridotto le nostre emissioni. Certo solo un tassello ché per rispondere agli impegni internazionali sulle emissioni, o meglio per migliorare le condizioni del Pianeta, bisognerebbe fare di più a partire dalla riduzione delle quantità dei consumi, utilizzando e riusando i prodotti. Tutto ciò è possibile, migliorando e non peggiorando le condizioni di vita comune, anche attuarla per fasi, un poco alla volta (ma bisogna affrettarsi perché non vi è molto tempo), ma le azioni avviate debbono essere tra loro coerenti.

Bene, il prelievo dei fossili, le trivellazioni, vanno in direzione contraria, non sono coerenti con gli obiettivi che indiscutibilmente bisogna perseguire.
Non c’è ragione economica che le possa motivare; i vantaggi economici che Stato e imprenditori possono ricavare da questa attività non sono coerenti con le strategie necessarie alla risoluzioni dei problemi climatici e sociali ad essi connessi, e per questo non servono, sono nocivi, scaturiscono da una politica con ridotti orizzonti che per poco mette a rischio il molto, opacizzando la leggibilità di un percorso esile, quale quello ribadito a Parigi, che dopo anni di fatica sembra avere suscitato quel minimo interesse comune fondamentale per affrontare il tema dei mutamenti climatici.

Adriano Paolella
Adriano Paolella, 1955, napoletano, architetto, ambientalista. Ha sempre provato grande soddisfazione nell'ideare, proporre, praticare ipotesi sociali ed ambientali eque e sostenibili. Docente universitario, per Cittadinanzattiva è responsabile scientifico di “Disponibile!” e referente nazionale dell'area ambiente e territorio

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